Umberto Cavenago

Pattini a rotelle, 1989

Acciaio zincato

n.13 paia dal 34 al 46

Pattini a rotelle

Pattini a rotelle nº38 (Collezione privata, Roma)

Photo © Alessandro Zanbianchi

Semplici pattini a rotelle

Alla fine degli anni '80, Umberto Cavenago realizza una serie di pattini a rotelle in lamiera zincata, caratterizzati da un design industriale e apparentemente funzionale. Ogni paio, contrassegnato da un numero specifico, presenta dimensioni personalizzate che si adattano alla morfologia del piede umano. Tuttavia, nonostante la loro estetica innovativa, i pattini in sottile lamiera d'acciaio zincata sono impraticabili per la loro fragilità, quindi non utilizzabili. La lamiera sagomata riflette comunque un'attenzione particolare alla proporzione e alla simmetria, creando un equilibrio visivo unico. Quest'opera incarna l'intersezione tra arte e il dinamismo dello sport o del tempo libero, trasformando un oggetto associato alla libertà e all'avventura in un'opera d'arte dalle linee essenziali e dalla raffinata semplicità.


Un archetipo: la ruota

[...] Pattini a rotelle è la ricostruzione in lamiera metallica dell’oggetto menzionato nel titolo. Realizzata in più esemplari di varie misure (dal 35 al 45), non era però progettata e ‘prodotta’ per sopportare il peso corporeo, dovendo rappresentare soltanto il simbolo concettuale di un veicolo minimo, un “amplificatore antropomorfo di velocità”. Tale però fu il potere di coinvolgimento e di destabilizzazione che l’opera fu in grado di innescare nel pubblico alla sua prima esposizione, che alcuni esemplari furono distrutti dai tentativi di utilizzazione attuati spontaneamente da alcuni visitatori.
Luigi Di Corato, 2003

I Pattini a rotelle di Umberto Cavenago

Umberto Cavenago comincia ad attraversare la storia dell'arte con veicoli (camion, pattini, motociclette...) dotati di ruote; queste ruote garantiscono movimento ma anche una conseguente instabilità, quella stessa che, ironicamente, nella seconda fase del suo lavoro, darà origine idealmente a quel `sostegno dell'arte` delle grandi cornici, colonne e travi telescopiche.
L'indagine si sviluppa prevalentemente su due binari: quello della forma e quello della funzione. La forma è lineare, essenziale, sintetica, ammorbidita infine dalle ruote chele donano una straordinaria vitalità. La funzione è quella di ribaltare ironicamente i valori e le priorità cosiddetti `generi`, per esempio, che, specialmente in passato, possono aver costituito un vincolo per una più libera interpretazione di un mondo ancora così misterioso come è quello dell'arte. La lamiera zincata è la veste di tutto questo, apparentemente fredda. Eppure questi `veicoli` sono avvolti da un'energia accattivante, da una sorta di antropomorfismo sottilmente funzionale al discorso dell'artista. La serie dei pattini a rotelle viene costruita rispettando le proporzioni reali: il numero trentasette è veramente il numero trentasette. Ogni rapporto è sempre pensato e niente viene lasciato alla casualità.
Vittoria Coen

Dai Pattini a rotelle del 1989 ad A prova di scemo del 1995: quando il pubblico diventa materiale di lavoro

Nel 1989 Cavenago realizza tredici paia di pattini a rotelle in lamiera zincata da 8/10 millimetri, installati poco tempo dopo in una mostra collettiva allo Studio Marconi di Milano, distribuiti sui tre piani dell'edificio. È un salto di scala rispetto ai veicoli grandi e ingombranti realizzati fino a quel momento: l'artista passa dai camion e dalle moto, oggetti che occupavano interi ambienti espositivi, a un piccolo oggetto di misura d'uomo, il pattino, costruito rispettando le proporzioni reali del piede (il numero trentasette, come ha osservato Vittoria Coen, è davvero il numero trentasette, senza alcuna licenza artistica sulla scala).
La scelta più radicale, però, non riguarda la forma ma la collocazione: i pattini vengono posti rigorosamente a terra, senza alcun piedistallo. È una decisione coerente con tutta la ricerca dell'artista sul tema del sostegno tradizionale della scultura, ma qui produce una conseguenza che Cavenago non aveva forse previsto nella sua piena portata. Il pubblico delle mostre, abituato agli schemi riconosciuti e alla banalità della consuetudine, guardando i pattini appoggiati al pavimento e riconoscendo magari il proprio numero di piede, stampigliato su ogni paio esattamente come su una scarpa, non si limita a osservarli: ci sale sopra. Peccato che quella lamiera sottile, pensata come simbolo concettuale di un veicolo minimo, un amplificatore antropomorfo di velocità, come l'ha definita Luigi Di Corato, non fosse in alcun modo progettata per sopportare un peso corporeo reale. Il risultato è la distruzione e la deformazione di alcuni esemplari, calpestati da visitatori incapaci di cogliere la fragilità intrinseca del manufatto e la domanda implicita che ogni sua fragilità poneva: da quando si sale sopra un'opera d'arte?
È un episodio che avrebbe potuto essere archiviato semplicemente come un incidente, un fraintendimento imputabile all'ignoranza del pubblico. Ma a distanza di anni Cavenago compie un'operazione ben più interessante: trasforma quel danneggiamento in ingrediente progettuale, in materiale di lavoro a tutti gli effetti. Nasce così, nel 1995, A prova di scemo, titolo che dichiara apertamente, con un'ironia quasi vendicativa, la lezione appresa dall'episodio del 1989. Stessa misura d'uomo, stessi tredici esemplari numerati dal 34 al 46, stessa assenza di piedistallo e stessa collocazione a terra; ma questa volta il materiale non è più la sottile lamiera zincata da 8/10 millimetri, bensì l'acciaio Cor-Ten, lega resistente per definizione, capace di reggere davvero il peso di chi, ancora una volta, non saprà resistere alla tentazione di calpestare l'opera.
Il titolo stesso gioca su un doppio registro: da un lato riconosce, con un sarcasmo tagliente, quella componente di pubblico "becero" che nel 1989 non aveva saputo distinguere un'opera fragile da un oggetto d'uso; dall'altro trasforma quella stessa mancanza di rispetto in un dato progettuale da incorporare fin dall'inizio, anziché da subire come un incidente di percorso. Come ha scritto Antonella Soldaini, il vuoto percepito dove avrebbe potuto esserci il pattinatore prescrive una lacuna che l'osservatore, individuata la propria misura, non riesce a non voler colmare, intervenendo fisicamente sull'opera e restituendole, con quel gesto, una nuova forma, fosse anche la forma della sua distruzione. Cavenago, con A prova di scemo, non elimina questa dinamica: la accoglie, la anticipa, la rende strutturalmente sostenibile, ringraziando implicitamente quello stesso pubblico che, calpestando i primi pattini, gli aveva fornito senza saperlo l'elemento mancante per compiere l'opera nella sua versione definitiva.
Pattini a rotelle nº45 (Collezione privata, Torino)

Pattini a rotelle nº45 (Collezione privata, Torino)

Pattini a rotelle nº45 (Collezione privata, Torino)

Pattini a rotelle nº45 (Collezione privata, Torino)

Photo © Studio Blu

Pattini a rotelle nº45 (Collezione privata, Torino)

Pattini a rotelle nº45 (Collezione privata, Torino)

Photo © Studio Blu

Nadia Ponci nello studio di Umberto Cavenago al Castello di Rivara nel 1989

Nadia Ponci nello studio di Umberto Cavenago al Castello di Rivara nel 1989

L'origine dei pattini a rotelle è sconosciuta.
La prima data legata ai pattini a rotelle che si possa ricordare è il 1743, anno in cui fecero la  primissima apparizione nel corso di un esibizione su di un palcoscenico di Londra.

L'origine dei pattini a rotelle è sconosciuta.
La prima data legata ai pattini a rotelle che si possa ricordare è il 1743, anno in cui fecero la  primissima apparizione nel corso di un esibizione su di un palcoscenico di Londra.

Studio di Umberto Cavenago al Castello di Rivara nel 1989

Studio di Umberto Cavenago al Castello di Rivara nel 1989

Photo © Nadia Ponci

Pattini a rotelle nº37 (Collezione privata)

Pattini a rotelle nº37 (Collezione privata)


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